cancellazione centrale allarme interbancaria

Cancellazione Centrale Allarme Interbancaria: sì al ricorso ex art. 700 Cpc per la cancellazione

L’ordinanza del 15 ottobre 2014, emessa dal Tribunale di Milano, Sezione VI civile, nella persona del giudice Dott. Silvia Brat, ha, con motivazione particolarmente precisa e decisamente convincente, da un lato confermato l’ammissibilità del ricorso ex art. 700 c.p.c., al posto del ricorso al Codice della Privacy, per eliminare i nefasti effetti per il cliente della banca dall’iscrizione alla Centrale Allarme Interbancaria (CAI); dall’altro ha esaminato la differenza sostanziale ed i differenti effetti tra mancato o incompleto pagamento tardivo dell’assegno e mancato o tempestivo ottenimento della quietanza dell’avvenuto pagamento.

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La prima questione è stata sollevata nel 2012 da taluna giurisprudenza filobancaria che asseriva come in considerazione dell’esistenza del rimedio cautelare tipico previsto dal combinato disposto degli artt. 10 e 5 del D.Lgs 1° settembre 2011, n. 150 (in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione), debba ritenersi inammissibile il ricorso al procedimento d’urgenza a carattere residuale di cui all’art. 700 c.p.c. per reagire a violazioni del codice della privacy, quale l’erronea o scorretta segnalazione a sofferenza del proprio nominativo nella Centrale rischi della Banca d’Italia (cfr. Trib. Verona Ordinanza del 22 ottobre 2012).

Per lo stesso Tribunale “È inammissibile il ricorso d’urgenza ex art. 700 cpc nel caso di illegittima segnalazione di un correntista presso la Centrale di Allarme Interbancaria (C.A.I.), essendo questa fattispecie soggetta al procedimento disciplinato dall’art. 152 D.lgs. 30.6.2003, n. 196 in materia di Protezione dati personali e, quanto alla tutela in forma cautelare, dall’art. 10, comma 4, D.lgs. 1.9.2011, n. 150”. (Tribunale di Verona, Sentenza del 14 gennaio 2013).

Ma la questione, già affrontata dallo stesso Tribunale, è stata seguita da tutti i magistrati: ed infatti, a pochi mesi dalla citata sentenza, un’illuminata ordinanza, in data 18 marzo 2013, metteva fine all’evidente distorsione, asserendo che: “Allorquando chi agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti ma semplicemente dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la segnalazione alla centrale rischi, la relativa controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy, ma piuttosto a quele da responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 cc”.

Dello stesso avviso anche il Tribunale Enna, nella pronuncia del 3 dicembre 2013, “nell’ipotesi in cui un soggetto agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla Centrale Rischi della Banca d’Italia lamentandosi non tanto dell’illecito trattamento dei propri dati personali, quanto piuttosto della illegittimità della segnalazione per carenza dei presupposti di fatto per potervi procedere, viene in rilievo una condotta afferente alla segnalazione e non il provvedimento in sé, cosicché il petitum e la causa petendi non si atteggiano nei termini propri di un giudizio di tipo impugnatorio; di conseguenza la controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina del Codice della privacy, ma piuttosto a quella di responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c., ed in tale ipotesi è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art.700 c.p.c., stante l’assenza di un rimedio cautelare tipico”.

Oggi la questione non viene più neppure sollevata dal ceto bancario, salvo qualche tentativo mosso dalla speranza di vedersi accogliere istanze pur nella consapevolezza di porsi in contrasto con la preponderante giurisprudenza: neppure la Suprema Corte di Cassazione riesce più a rappresentare una remora a tali frange, che smantellano di fatto il principio “la legge è uguale per tutti” con l’altro “paese che vai sentenza che trovi”. Tuttavia, al di la di qualche situazione patologica, si ritiene, dalla pressoché totalità della giurisprudenza, pacificamente ammissibile il ricorso alla tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. come strumento idoneo a conseguire, in sede giudiziale o interinale, la cancellazione di una segnalazione illegittima presso le tante Centrali dei Rischi che esistono nel nostro paese (al di là di quella ufficiale di Bankitalia vi sono, infatti, numerosi altri istituti che in forma, più o meno illegittima, raccolgono dati sensibili della clientela bancaria).

Ad ogni modo, l’ordinanza in commento, sgombrando il campo da ogni dubbio, asserisce che: “Orbene, in via pregiudiziale, si osserva che l’art. 10 del D. lgs. n. 150/11 al II comma prevede, solo con riferimento ai provvedimenti del garante per la protezione dei dati personali, la proponibilità di apposito ricorso con facoltà di ottenerne la sospensione dell’efficacia esecutiva (IV comma), secondo quanto previsto dall’art. 5 del D.lgs. n. 150/11. Ebbene, dopo l’abrogazione del comma 6 dell’art. 152 del Codice privacy (esteso a tutte le controversie di cui al capo 1 riguardanti l’applicazione delle disposizione del Codice della privacy, comprese quelle inerenti ai provvedimenti del garante in materia di protezione dei dati personali), permane il rimedio di cui all’art. 10 III comma del D.lgs. n. 150/11 relativo esclusivamente ai provvedimenti del garante per la protezione dei dati personali. Da ciò segue che non sono soggetti al rimedio in questione tutti i provvedimenti emessi da altri soggetti diversi dal Garante. In un simile contesto, quindi, ciò che viene in rilievo, con lo strumento cautelare atipico di cui all’art. 700 cpc, è la verifica circa la legittimità dell’operato di soggetti terzi in materia di trattamento dei dati personali, alla luce della specifica diligenza richiesta nel settore volta volta trattato”.

Per completezza rammento che le principali questioni relative alla legittimità di tali iscrizioni sono state affrontate da numerosissimi tribunali che hanno sempre concluso per l’ammissibilità del ricorso ex art. 700 c.p.c. per la rimozione delle iscrizione alle centrali dei rischi di Bannkitalia e non (cfr . Centrale rischi e risarcibilità in re ipsa del danno alla reputazione e all’immagine nonché Segnalazione alla Centrale Rischi: anticipata la soglia della pericolosità – Tribunale Lecce, sez. distaccata di Galatina, ordinanza 08 gennaio 2013).

Nel 2014 si sono moltiplicate le pronunce in favore dei clienti delle banche da parte della Cassazione: Cass. Civ., con la sentenza n. 3165 del 12 febbraio 2014 ha condannato la banca al risarcimento del danno per l’illegittima segnalazione alla Centrale rischi a causa del mancato rientro delle esposizioni debitorie superiori al fido concesso al cliente; mentre Cass. Civ., Sez. I, sentenza n. 15609 del 9 luglio 2014, condanna la banca che ha revocato il fido al cliente per ripicche e non perché vi sia stato il fondato sospetto dell’insolvenza e, per l’effetto, la condanna a pagare i danni morali da stress all’azienda, nonché il patema dei manager per trovare fonti di finanziamento. Ciò implementa indubbiamente il ricorso all’art. 700 c.p.c. per correggere degli abusi che comporterebbero la perdita del credito da parte delle famiglie e delle aziende.

Per il resto, l’ordinanza in commento correttamente sostiene come il semplice tardivo invio alla banca della quietanza di pagamento se da un lato ricade sul beneficiario dell’assegno, dall’altro non preclude il diritto del cliente alla cancellazione dalla centrale rischi in quanto l’archivio previsto dall’art. 10 bis della Legge n. 386/1990 è stato predisposto per la segnalazione dei “cattivi pagatori” e non si giustifica nel caso in cui risulti il pagamento integrale di quanto dovuto nei termini consentiti dalle norme.

Illuminante l’ordinanza nel momento in cui precisa “Deve, tuttavia, osservarsi che nessuna disposizione legislativa individua la condotta che il trattario deve tenere nell’ipotesi in cui, dopo la scadenza del termine di sessanta giorni, venga fornita all’istituto di credito la prova dell’avvenuto pagamento tardivo secondo i termini e le modalità prescritte dall’art. 8. Orbene, ad avviso del giudicante, deve essere privilegiato l’aspetto sostanziale dell’avvenuto pagamento comprensivo della penale e nei termini previsti dal predetto art. 8 rispetto al profilo formale della prova dell’avvenuto pagamento”.  Sul punto, il Giudicante, in assenza di normativa, articola la sua decisione in merito dando rilievo all’atto sostanziale (l’avvenuto pagamento) piuttosto che a quello formale.

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